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Infected Mushroom
Bio Infected Mushroom
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Israeliani di Tel Aviv, ex musicisti rock, gli Infected Mushroom sono tra i più noti esponenti della Psytrance, con il loro sound particolarissimo fatto di intermezzi etnici e richiami di elettronica occidentale estrema. Trasferitisi a Los Angeles, si accingono a stupire ancora

La scena di musica da rave odierna non sarebbe la stessa senza gli Infected Mushroom, il duo israeliano che ha dato un impulso fondamentale alla diffusione della trance psichedelica, divulgando alle masse il verbo della musica "per sballarsi". 
Erez Aizen e Amit Duvdevani sono due musicisti di Tel Aviv, l'uno suona il pianoforte fin da piccolo, l'altro la tastiera in un gruppo new wave. Dopo un viaggio in India, Duvdev si innamora dei rave e convince Erez a mollare la classica per mettersi dietro a un mixer, mescolando il ritmo incessante della trance pura con suoni espressamente arabeggianti. Certo, non sono i primi. Ma ascoltando i lavori di Hallucinogen, degli Hux Flux e Cosmosis, i due israeliani decidono che dovranno fare qualcosa di diverso per affermarsi in un panorama affollatissimo di artisti. E saranno proprio loro a far esplodere la scena rave in Israele, dove ormai label come Bne, Hom-Mega e Yo Yo Records sono padrone di un settore che frutta oltre 20.000 copie a disco. 
Il primo album, The Gathering, del 1999, è un lavoro peculiare per l'evoluzione del genere, e inizia a delineare lo stile degli Infected, che costruiscono su un tappeto di cassa pressoché costante un turbine di effetti che traborda letteralmente dallo stereo. Il Bpm si mantiene sui 150-160 battiti al minuto, e accade di sentire una chitarra distortissima che si introduce a sorpresa ("Release Me", "Blue Muppet"), oppure il synth cacofonico che si aggroviglia su se stesso, come nella title-track o nella allucinatissima "Return Of The Shadows". Meno originale "Psycho", mentre "Montoya Rmx" parte con un pianoforte (!) che si tramuta velocemente in un ossessivo beat circondato da tastiere in slide, che culminano in un finale maestoso. 
È un lavoro acerbo, in cui si riprendono gli stilemi classici della trance pura senza notevoli cambiamenti rispetto al sound di Transwave e affini; eppureThe Gathering è il lavoro che dà il via alla diffusione della psychedelic-trance in Israele, dove il desiderio di evasione da una realtà fatta di attentati e terrore quotidiano si traduce nella ricerca di serate intense, dove tutto si può. 
I rave diventano una forma di aggregazione sociale fortissima, e la celebrità degli Infected Mushroom aumenta quando i due danno alle stampe Classical Mushroom, il loro lavoro più famoso. È il singolo "Bust A Move" a trascinare l'album oltre ogni più rosea previsione di vendita: una chitarra acustica, poi un colpo secco e una voce femminile artefatta spalancano le porte della cassa, che non aggredisce più come nel precedente lavoro, ma viene addomesticata dagli archi e da velocissime scale armoniche suonate sul piano. Con Moog e Cubase, lavorare i suoni diventa semplice, ma Eren e Amit hanno classe, e il tema cinematografico di "None Of This Is Real" mostra anche il buon gusto di chi crea musica miscelando strumentazioni classiche con nuove tecnologie all'avanguardia.
Notevoli episodi sono anche la straniante "Disco Mushroom", il lirismo robotico di "The Shen" e la folle rincorsa verso il buio della trilogia finale: "Nothing Comes Easy", "Mushi Mushi", "The Missed Symphony". Il beatdiventa insistente, si entra in un tunnel cilindrico scandito da bpm feroci e da atmosfere cupissime, da pareti di colori che sfumano l'uno nell'altro: questi sono i Mushroom, questo è il trip a cui si va incontro, sopraffatti dalla purezza del suono degli ultimi tre brani. L'ultimo è il vero apice dell'album: tastieroni sommersi sotto uno strato polveroso di riferimentiglitch, voci che spuntano all'improvviso e fanno "buh!", il nostro ormai noto pianista solitario che spezza il ritmo allucinato della cassa, traendo in inganno chi si aspettava un'esplosione finale di battiti violenti. 
Nel complesso, i suoni si fanno sempre più allucinati e contorti, rincorrendosi in brani lunghi e complessi nei quali l'effetto sfumato della tastiera diviene l'asse portante, supportato da una cassa devastante quanto un carro armato in una cristalleria. Un sound che tuttavia, alla lunga, può stancare. Classical Mushroom è un disco difficile da reggere dall'inizio alla fine, che può regalare alla vostra serata dei momenti di danza selvaggia ("Dracul"), ma difficilmente riuscirete a mandarlo giù tutto senza ingerire…mushroom. 
Urge quindi una svolta. Non può essere solo beat ossessivo, la musica degli Infected Mushroom. Se ne accorgono anche Eren e Amit, e dopo due anni di lavoro (e di dj-set in giro per il globo), ecco nel 2002 B.P. Empire. È un lavoro coraggioso e profondamente diverso dai precedenti, che evolve il suono degli Infected allontanandosi leggermente dalla psytrance pura di cui The Gathering era stato un caposaldo. C'è più ricerca melodica, il convergere di influenze di stili diversi, dal glitch all'industrial. Capita di ascoltare persino echi di Brasile ("Tasty Mushroom"), gli slide allucinati e urlanti di "Unbalanced", oppure i sottoboschi ambient di "Noise Maker". Non si era mai udito l'andamento della prima traccia ("Never Ever Land"), che cresce lentamente, senza fretta, senza smania di esplodere nella consueta eruzione di bpm, e viene solo cullata da esperimenti sonori metallici nel solco dei primi Autechre. La title-track è di una violenza infernale, mentre nella successiva "Funchameleon" sembra di ritrovarsi in un affollato bazar, tra venditori di vasi e incantatori di serpenti; un luogo in cui perdersi e ubriacarsi di confusione. 
B.P. Empire riceve molte critiche da parte dei fan del duo, che lo considerano un tradimento della filosofia "pura" della trance e una battuta d'arresto rispetto ai precedenti lavori. In realtà, si tratta di uno sviluppo ch'era auspicabile nella musica del duo israeliano, di un deciso passo avanti qualitativo. Come dire, non solo cassa: questo è lo spirito con cui è stata scritta la suite finale, "Dancing With Kadafi", che parte con una romantica chitarra e si fonde in un downtempo che miscela ritmi tribali, corni africani, pianoforti, organetti e cascate d'archi, senza spingere sull'acceleratore della musica rave, ma anzi esplorando le sonorità mediorientali applicate al ritmo digitale. I puristi, però, storcono il naso... 
Nel tentativo di accontentare le due facce della medaglia, coloro che cercano un ritmo potente e grintoso per dare alle proprie serate un impulso di energia, e quelli che invece chiedono al gruppo brani piacevoli da ascoltare anche fuori dal contesto dei rave, gli Infected si smarriscono. Nel 2003 esce il doppio Converting Vegetarians, composto da un aggressivo "Trance Side" e da un più sperimentale "The Other Side", che mostra come la ricerca musicale dei due si sia mossa verso nuovi territori. Il risultato, tuttavia, non è all'altezza dell'ambizioso progetto: i brani trance sono privi di mordente, lontani dall'originalità dei precedenti album, e il lato A si riduce a una lunga e monotona processione di cassa e di riff dronici ripetuti all'infinito, nel quale si salva poco: brilla come una perla nel deserto "Echonomix". Niente di malvagio, intendiamoci, ma non proprio quello che ti aspetteresti dai padroni assoluti del genere. Meglio dimenticare e provare il secondo disco, quello che offre più spunti. "The Other Side" comincia malissimo: "Converting Vegetarians" riprende gli archi dei precedenti lavori miscelandoli con un ritornello cantato hip-hop del tutto fuori luogo. Ma se il singolo è deleterio, nelle altre tracce i due ritrovano la forma migliore: "Elation Station" è un delizioso pop allucinato, "Blink" il richiamo degli anni 80 (a cantare è Michele Adamson), "Drop Out" la colonna sonora di un giorno di pioggia, "Avratz" un favoloso poema tradownbeat e jungle. 
Le idee ci sono, in "The Other Side". Quello che è sbagliato è stato accomunarlo a un disco di trance trita e banale quale è "Trance Side". Un errore di marketing, sicuramente, che costa agli Infected Mushroom anche l'appellativo di "commerciali", nel loro tentativo fallito di accontentare le due fazioni del loro pubblico. 
Quello che desideri, spesso, arriva quando non lo cerchi ossessivamente. La "fusione" delle due anime degli Infected Mushroom riesce alla perfezione infatti con il disco successivo, I'm The Supervisor (2004). Ed è un trionfo, di critica e di pubblico. Il suono del duo raggiunge una purezza senza eguali, i brani sono di una freschezza disarmante. La title-track è un tremendo schiacciasassi, con una voce artefatta che declama pochi versi, ma eloquenti: "Dance with me... c'mon, c'mon". Un crescendo spettacolare quello di "Meduzz", da un giro di basso clubbing fino a una chitarra elettrica che insegue i violini su un tema lirico, il tutto inserito in una salsa di bpm carichi di energia. Sullo stesso copione troviamo il viaggio allucinato e invernale di "Horus The Chorus", che è forse il brano che gli Infected volevano scrivere da sempre. Sapori industrial e barriti di elefante si inseguono nella mini-suite "Noon", ma il vero è la terza traccia: un carillon timido, sfumando in un cantato da muezzin da notte stellata, dà inizio alle danze in quel favoloso omaggio alla cultura araba di nome "Muse Breaks RMX", versione rivisitata di un brano di J Viewz. Stile e classe incontrano il medioriente e la musica da rave. Il crescendo è da batticuore, travolgente in ogni istante. Il cantato viene riproposto in tutte le salse, dal sincopato alla voce femminile, fino all'esplosione finale di "Feel me get in…", seguito da un urlo barbaro digitalizzato. Chiusura in stile, con il carillon iniziale accompagnato dal violino verso il sorgere del sole. È l'apoteosi della musica degli Infected Mushroom, il vero diamante incastonato in un disco di una bellezza rara. Anche il perfetto singolo "Cities Of The Future", che sarebbe stato l'ideale colonna sonora di "Metropolis" di Fritz Lang, rischia di impallidire dopo questa gemma. 
In seguito al grande successo del disco, si moltiplicano gli impegni in giro per il globo del duo israeliano, che ha spodestato gente in cima da anni alle classifiche del genere, come Hux Flux, e fatto nascere orde di discepoli nella stessa terra santa. Un nome su tutti: Astral Projection. 
La definitiva esplosione del duo con I'm The Supervisor lascerebbe presagire un successore di tutto rispetto, ma con Vicious Delicious (2007) non è così. Il disco è nel complesso dimenticabile, con fumosi tentativi di sconfinare in territori musicali estranei, l'hip-hop, il funk, il metal. Registrato a Los Angeles, dove molto probabilmente i due Infected sono venuti a contatto con molte altre culture musicali, tentando poi di trasportarle nella loro opera, ma con risultati deludenti. I picchi dell'album sono infatti nei pochi brani "convenzionali", trance pura e dannatissima, come la bellissima "Suliman".
Il futuro? Continueranno a viaggiare per il mondo. Per esplorare ancora ma, dicono, tenendo sempre impresse nella mente le loro origini. Che sono proprio quelle che fanno la differenza, nell'affollato panorama della scenapsytrance, tra chi si accontenta di accendere 160 bpm durante i rave e chi riesce a emozionare con la sua musica, anche di giorno

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